Sempre stata nazione divisiva quella ucraina, già a partire dal suo etimo che significa terra sul confine.

Oggi più che mai questo confineè simbolo di una separazione fra due mondi contrapposti: da una parte gli Stati Uniti e l’Unione Europea, dall’altra la Russia, ex grande competitor nella spartizione del mondo. Tra gennaio e febbraio di quest’anno “improvvisi” focolai di ribellione nella capitale Kiev hanno portato alla cacciata del Presidente V. Janukovič, alla liberazione dell’ex leader J. Timoshenko, all’instaurazione di un nuovo esecutivo guidato da O. Turčynov ed infine ad un legalissimo referendum indetto in Crimea, con la vittoria dei sì alla sua annessione alla Russia.

Fin qui i fatti. La loro analisi richiede però alcune considerazioni che vadano oltre l’apparenza e c’è da porsi una serie di domande: perché proprio ora tutto ciò? Qual è l’importanza dell’Ucraina, regione non particolarmente ricca di materie prime, per l’Occidente? E’ stato tutto frutto di sollevazioni spontanee oppure ci sono state “infiltrazioni” esterne a spingere alla rivolta?

Per rispondere a questi interrogativi occorre far riferimento in realtà alla sottile guerra già da molto tempo in atto fra Usa e Russia, frutto della strategia statunitense propugnata dall’influente (tutt’ora membro della Trilaterale) Zbigniew Brzezinski, già consigliere politico ai tempi di Carter, che tende a “conquistare” attraverso le cosiddette rivoluzioni pacifiche aree geopolitiche economicamente fondamentali per l’indebolimento dell’influenza di Mosca. E’ successo in Serbia nel 2000, poi in Georgia nel 2003 e nella stessa Ucraina nel 2007. In quel caso Putin prese delle contromisure facendo poi arrivare al potere Janukovič a danno del progressista Juschenko (il leader politico che nel 2004 subì l’avvelenamento da diossina, sfigurandolo).

In particolare l’escalation alla quale stiamo assistendo oggi è dovuta essenzialmente alla corsa che gli Stati Uniti stanno facendo per invadere il mercato energetico europeo con il loro gas e con quello canadese, investendo centinaia di milioni di dollari per costruire infrastrutture per la sua liquefazione. E’ già pronta, inoltre, un’imponente flotta di navi cisterna per trasportarlo sulle coste europee dove, in appositi impianti, avverrebbe il processo di riconversione allo stato gassoso. Per ottenere ciò bisogna però abbattere l’indiscusso primato del maggior concorrente mondiale, la Russia per l’appunto, i cui gasdotti rivolti al mercato europeo passano proprio per l’Ucraina. Se a questo aggiungiamo il fatto che il programma russo per aprire le proprie riserve energetiche alla Cina e all’India è in ritardo e non sarà pronto prima dei prossimi 7/10 anni, si comprende come la posizione di Putin sia, a dir poco, difficile.

A tutto ciò fanno seguito le mosse economiche collaterali dell’FMI e degli Stati Uniti in veste, questi ultimi, di Paese mediatore con i creditori finanziari, (l’Ucraina è in debito per oltre 15mld di dollari ed a un passo dal default) da una parte e il ritiro nell’ultima settimana di ben 104mld di dollari dalle casse americane per finire, molto probabilmente, in Paesi off-shore e banche russe dall’altra. Quest’ultima è in pratica una contromossa di Putin, portandosi via un pezzo di debito pubblico americano.

Come andrà a finire la faccenda non ci è ancora dato di saperlo e la sola cosa certa è che, al di là dell’ovviamente auspicabile abbassamento della tensione bellica, coloro i quali ne subiranno senz’altro lo scotto saranno proprio gl’involontari protagonisti, gli ucraini.
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Nemulisse

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