Unire i puntini: il piano globalista per la distruzione dell’Europa

Unire i puntini: il piano globalista per la distruzione dell’Europa

Una volta, penso che ci siano ancora pur se non ne ho più comprate da tempo, sulle riviste di enigmistica c’era un giochetto che mi piaceva molto fare: unire i puntini. Con una penna (o una matita se si voleva avere la possibilità di cancellare qualche piccolo errore) si dovevano unire i puntini disegnati in un quadrato o un rettangolo, più o meno grandi, fino a “svelare” una figura disegnata con tale unione.

Deve essere per questo che mi è sempre piaciuto anche con la realtà che mi circonda fare lo stesso cercando di svelare quello che oggi sembra essere un vero e proprio piano globalista.

“Eh, ma non sei scientificohhhhh! Devi avere le prove per affermare certe cose! Il bravo giornalista procede così!”. Mi pare di sentirli molti fautori del pensiero rigoroso (alcuni anche miei amici personali) ad ogni costo. Ma spesso la visione d’insieme è più importante delle nostre conoscenze dirette.

Erodoto, il grande storico greco, usava due distinti verbi per descrivere i fatti storici: εἶδον (èidon): il verbo greco per “vidi”, passato del verbo ὁράω (vedo), usato per dichiarare di aver visto con i propri occhi, e λέγεται (lègetai): dal verbo λέγω (dire) “Si dice”, per espressioni usate per riportare una tradizione o una notizia senza garantirne la veridicità assoluta (per chi volesse approfondire l’origine semantica precisa del termine “storia”, metto in calce i vari passaggi linguistici).

Ebbene il contenuto di questo articolo è basato solo su mie supposizioni. Purtuttavia tali supposizioni sono basate su fatti concreti, realmente accaduti, e che quindi, in quanto tali, sono verificabili da chiunque. L’unica cosa che non troverete direttamente è l’eventuale strada che li possa legare tutti assieme in quello che molti descriverebbero come un “piano da complottisti”. Ebbene sì (ma questo si sa già o si è potuto capire nel corso di questi anni in cui ho scritto un po’ su tutto) io posso dire di rientrare nella categoria dei cosiddetti “complottisti” o “complottari”, come molti in tono spregiativo amano chiamare le persone come me. Ma di questo me ne importa il giusto, ossia niente.

 

Fase uno: la creazione della UE e della moneta unica

Riassumiamo i fatti: che il mondo non stia passando i suoi giorni migliori è chiaro da un bel po’ di anni a questa parte. In particolare per noi europei la cosa è, o meglio, dovrebbe essere abbastanza evidente (uso il condizionale perché, al contrario, per moltissimi l’Unione Europea rappresenta il “migliore dei mondi possibili” di leibneziana memoria. Dall’ormai iconica frase (di sintesi giornalistica) di Romano ProdiLavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”, i cui concetti furono estrapolati da sue dichiarazioni rilasciate il giorno 12 febbraio 1998 e il cui tema era “l’accordo 35 ore ed euro” (dichiarazioni di cui è sparita ogni traccia dagli archivi Rai), alla conferenza stampa tenuta il 7 marzo 2013 dall’allora Governatore della BCE Mario Draghi, durante la quale dichiarò a chiare lettere che le riforme in Italia avevano il “pilota automatico”* (cioè indipendente dai singoli Governi e dalla loro volontà) fu come il passare di un attimo. Basterebbero questi due riferimenti, per non parlare del reverendo professor Mario Monti, a far dubitare di tanta fiducia nelle “Istituzioni” europee.

Perché ho citato questi episodi? Semplice, perché sono stati a mio parere un test fatto per saggiare l’eventuale ribellione di alcuni popoli, l’italiota appunto in testa, ad evidenti soprusi e iniquità imposti loro da parte di una classe politica e dirigente messa ad hoc per comandarli. Mentre in Italia s’imponevano misure draconiane per rispettare la famosa regoletta, inventata nel 1981 da Guy Abeille, un giovane funzionario del Tesoro francese sotto la presidenza di François Mitterrand e poi ratificata dal famigerato trattato di Maastricht del 1992, del deficit/PIL entro il 3 per cento, alla Germania si concedeva di sforare regolarmente la successiva regola (del 2011) con la quale si tentò di bilanciare i sacrifici chiesti ai Paesi in deficit: se i Paesi “poveri“ dovevano tagliare le spese, i Paesi “ricchi“ (con surplus sopra il 6 per cento) avrebbero dovuto, in teoria, essere monitorati per non danneggiare gli altri con una competitività troppo aggressiva.

Una palese presa per i fondelli, come si suol dire. Eppure gli italioti sono sempre stati ligi, anche quando il cosiddetto sforamento di spesa era nell’ordine dello “0,…”. In pratica siamo stati più realisti del re, facendo di continuo sacrifici che hanno impoverito le famiglie e il Paese nel suo complesso. Al contrario i tedeschi hanno continuato a fare un po’ come gli pareva, fregandosene alla grande dei limiti di esportazioni e bacchettando di continuo quegli scansafatiche e spreconi degli italiani.

Dunque, primo esperimento riuscito: gli italioti sono disposti a subire senza troppo ribellarsi e lamentarsi. Tanto poi gli diamo in pasto il calcio e finte battaglie sulla difesa dell’ambiente o di diritti civili (per altro a scapito di quelli sociali, ottenuti con anni di dure battaglie dalle generazioni precedenti) di minoranze, spesso a scapito di quelli delle maggioranze, su cui scannarsi.

 

Fase due: la Pandeminchia

Come non ricordare con gioia i bellissimi momenti passati a cavallo del 2019/2020? Tralascio, visto che ne ho ampiamente parlato in altri articoli, tutte le angherie subite da chi, come me, non ha voluto sottostare ai diktat imposti dai vari governi mondiali, o meglio forse sarebbe meglio dire da una parte di essi, visto che in posti come l’Africa, ad esempio, tali imposizioni hanno ben poco fatto presa. Probabilmente quest’ultima cosa sarà stata anche dovuta al fatto che le popolazioni africane sono abituate da lunghissimo tempo ad essere soggette ad esperimenti su larga scala per ogni sorta di malattie e soprusi (si veda a tal proposito il bellissimo servizio giornalistico dal titolo “Debito senza fondo” realizzato a suo tempo per Report (quando ancora si poteva vedere) da Paolo Barnard, uno dei migliori giornalisti che a parer mio abbiamo mai avuto in Italia. Almeno fino a quando gli hanno permesso di esercitare liberamente tale professione).

Durante tutto il periodo della “terribile malattia” Paesi come il nostro, la Svezia, la Nuova Zelanda o il Canada sono stati i capifila, chi per un verso, chi per un altro, di una serie di provvedimenti restrittivi di ogni genere a cui la popolazione si è per lo più sottomessa con reverenziale ubbidienza. Altri Paesi, come ad esempio la Germania, hanno visto meno persone disposte ad accettare restrizioni e soprusi del tutto ingiustificati.

Purtuttavia, anche in questa occasione, si è saggiata la resistenza delle singole popolazioni agli ordini imposti dall’alto.

 

Fase tre: la guerra in Ucraina

Il 24 febbraio 2022, con un discorso trasmesso in tv alle 4 del mattino (ora di Mosca), Vladimir Putin annunciò l’inizio della cosiddetta “operazione speciale” per la “smilitarizzazione e la denazificazione” dell’Ucraina. Non sto qui a specificare il fatto che in realtà i prodromi che hanno portato a questa “guerra non guerra” risalgano al periodo dei drammatici fatti di Piazza Maidan (conosciuti come Euromaidan) e gli spari sulla folla da parte dei cecchini. Il culmine della strage avvenne tra il 18 e il 20 febbraio 2014. Anche di questo ne ho già parlato (qui, qui e qui), quindi non mi dilungherò a riassumere tutto il discorso a tal riguardo.

Questo conflitto rappresenta la fase tre di un discorso unico: oltre a saggiare la creduloneria di tutta Europa circa le cause, i protagonisti e gli sviluppi del conflitto stesso, si è messo un atto un meccanismo “malefico” di sanzioni, ritorsioni ed angherie che ha portato ad uno iato a mio parere insanabile fra la Russia e il Vecchio continente (peraltro lanciando letteralmente la prima fra le braccia di altri attori internazionali, in primis la Cina). Inoltre ha portato l’intera Unione a finanziare apparentemente senza una fine temporale l’Ucraina stessa e il suo armamento. Tutto questo a scapito, naturalmente, di beni e servizi dei Paesi europei. Con quali risultati? Beh, si è visto bene: un disastro economico senza precedenti di questi ultimi e l’acquisto di ville, proprietà varie e cessi d’oro degli oligarchi ucraini, capo sniffolo in testa.

 

Fase quattro: la guerra in Iran

Oltre al discorso legato al progetto della “grande Israele” di cui ho già parlato, quindi legato ai cosiddetti “Epstein files” e gli ipotetici ricatti a danno del faccendiere Donald Trump (burattino di altri, ma non di certo stupido come l’opinione pubblica lo sta dipingendo), direi che qui in ballo ci sono anche questioni di denaro, legate alle importazioni e alle scommesse sui prezzi del petrolio, gas e materie prime varie e, non ultima, l’intenzione di danneggiare in primis (ma tu guarda un po’ il caso) ancora una volta l’Europa.

Questo è un conflitto annunciato da tempo, che aveva avuto i suoi prodromi durante lo scorso mandato del Presidente col ciuffo d’oro, allorquando con bombardamenti annunciati a presunte basi iraniane, sedi di postazioni per l’arricchimento dell’uranio, aveva chiuso la faccenda in breve spazio temporale. Quest’anno invece molte cose non sono chiare, ad iniziare dagli annunci degli attacchi, che sono stati preceduti pochi minuti prima da scommesse sull’andamento della guerra e del prezzo del petrolio da parte di grandi investitori finanziari, divenuti in tal modo ancora più ricchi proprio grazie a tali annunci.

Va tenuto conto del fatto che, al contrario di quello che viene fatto credere alla gente, per lo stretto di Hormuz ogni giorno transita solo il 20-21 per cento del consumo mondiale di petrolio, e di questo petrolio circa l’80 per cento è diretto verso i mercati asiatici (Cina, India, Giappone e Corea del Sud). Quindi non verso l’Europa. Per quanto riguarda il gas la situazione è analoga. Solo il 25–30 per cento di tutto il Gas Naturale Liquefatto (GNL) scambiato a livello mondiale passa per lo Stretto davanti l’Iran, e di nuovo solo il 15 – 20 per cento di questo quantitativo arriva nei terminali europei (Italia, Germania, Francia, Spagna). Una percentuale minoritaria rispetto alle necessità.

E quindi? Quindi al solito: i cagnolini europei rispondono agli ordini immediatamente. Finanziamenti all’Ucraina, sanzioni alla Russia, ovvero a se stessa visto che l’Europa non può di conseguenza usufruire dell’energia a basso costo che i contratti stipulati in passato le garantivano, e sono state imposte nuove restrizioni, questa volta di tipo energetico che implicano restrizioni di movimento, con tutto ciò che questa cosa comporta (lavoro da casa, chiusura di attività, aumento artificiale del costo dei carburanti, ecc.). Tanto per dire, il cherosene per gli aeroplani non proviene affatto da quell’area geografica del pianeta. Quindi la chiusura degli aeroporti e la cancellazione dei voli è un atto deliberato a tavolino senza una ragione concreta che lo giustifichi.

 

L’unione dei puntini: il piano globalista

Bene. Allora cos’hanno a che fare fra di loro questi avvenimenti? Apparentemente niente. Ma se si prova a vedere al di là del loro significato intrinseco di quell’“εἶδον”, allora si può passare ad un’altra visione delle cose.

Sono tutti puntini che fanno parte di un piano, stabilito a tavolino da molto tempo. Ogni Paese ha giocato un ruolo per testare la resistenza dei singoli popoli a questi eventi. Gli italioti sono fra i più obbedienti e meno ribelli. Come direbbe Ernst Jünger non sono predisposti alla fuga nel bosco. Con loro il “sistema” ha vita facile.

Direi che finora i test sono tutti ampiamente riusciti, a livello planetario. Lo scopo finale? Un governo mondiale, passando per una fase a blocchi d’influenza (in ogni blocco coesistono ambienti massonici contrapposti fra di loro, che si combattono e si spalleggiano a vicenda per arrivare allo scopo finale). Occorre arrivarci a tappe, aggiustando il tiro allorquando qualche cosa non procede esattamente come previsto per il piano globalista.

 

È il tempo dell’Europa

Marco Porcio Catone, passato alla Storia come Catone il censore, in un famoso discorso tenuto in Senato al ritorno da una missione diplomatica di arbitrato tra i Cartaginesi e Massinissa (re di Numidia) avvenuta nel 157 a.C. ebbe a dire la famosa frase: «Ceterum censeo Carthaginem esse delendam» («Per altro sono del parere che Cartagine debba essere distrutta»), riportata da alcuni autori come “Carthago delenda est”. Ebbene, ciò che io da complottista, perché non ho le prove (ovviamente), penso è che in questo periodo ci sia un piano preciso per la distruzione dell’Europa: Europa delenda est. Ovviamente non con le bombe, ma attraverso l’economia, la distruzione degli ambiti sociali, civili e culturali (e per questo contribuisce l’importazione in massa di “profughi”). Perché? Perché nel bene o nel male il Vecchio continente rappresenta pur sempre il pilastro su cui la civiltà occidentale si è basata per millenni. Se non si scardina questo tassello in modo sistematico sarà difficile che il piano globalista possa andare in porto in tempi “ragionevoli”.

Nel film cult del 1995 L’odio (La Haine), diretto da Mathieu Kassovitz, la voce narrante ripete in apertura e chiusura del film, riferendosi a quello che dice ad ogni piano un uomo che cade da un grattacielo, la frase: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”. I cittadini europei sono come quell’uomo, ma il duro asfalto li sta aspettando a pochi secondi di distanza.

 

 

* Il contesto era quello in cui Draghi stava rispondendo alla prima domanda della conferenza, posta da un giornalista che chiedeva se l’instabilità politica in Italia (dovuta alle elezioni di fine febbraio 2013) potesse influenzare negativamente i mercati e le riforme. La frase esatta fu: “You also have to consider that much of the fiscal adjustment Italy went through is now will continue going on on automatic pilot…“ Ossia: “Dovete anche considerare che gran parte dell’aggiustamento fiscale che l’Italia ha attraversato continuerà d’ora in avanti con il pilota automatico…“

 

 

Da Orao a Istor

Il passaggio non è diretto, ma avviene attraverso una “metamorfosi” della radice verbale. Ecco i tre gradini della scala:

I. La Radice Comune (*wid-) Tutto nasce dalla radice indoeuropea *wid-, che esprime l’atto del vedere. Da qui derivano il latino video e l’inglese witness.

II. Il “Vedere” che diventa “Sapere” (Oida) Il verbo greco per “vedere” al presente è horáō (ὁράω). Tuttavia, i greci usano la radice del vedere per formare il verbo “sapere”: óida (οἶδα).

  • In greco, óida è un “perfetto logico” che letteralmente significa: “Ho visto (nel passato), quindi ora so (nel presente)”.

III. La nascita dell’ Istor (Il testimone) Per trasformare un verbo in una persona che compie l’azione, si aggiunge il suffisso d’agente -tōr (lo stesso del latino -tor come in actor).

  • Radice *wid- + -tōr = *wid-tōr.

  • Per leggi fonetiche del greco antico, l’incontro tra la “d” e la “t” si trasforma in una doppia “s” o “st”, portando alla forma hístōr (ἵστωρ).

Conclusione: L’hístōr non è semplicemente un “sapiente” in senso astratto, ma è il garante, colui che ha assistito ai fatti. La “storia” (historía) è dunque l’atto di andare a interrogare questi testimoni o di farsi testimoni del mondo.

Procede tutto come previsto

Procede tutto come previsto

Confesso la mia passione giovanile per le saghe di fantascienza. In particolare ricordo una frase detta dal “cattivo” per eccellenza della saga di Guerre stellari, l’imperatore Sheev Palapatine (alias Darth Sidious o Lord Sidious) pronunciata in una scena del sesto episodio (terzo film della serie, girato da Richard Marquand) “Il ritorno dello Jedi”, mentre conversava “amabilmente” con un altro dei personaggi iconici della storia, Dart Vader (nel doppiaggio italiano tradotto Fener): “Everything is proceeding as I have foreseen”, ossia “Tutto procede come avevo previsto”.

Questa frase la potrei pronunciare io in base a ciò che avevo scritto in diversi miei articoli già molto tempo fa, oppure, in modo più appropriato, è ciò che m’immagino che si dicano tra di loro i veri fautori del cambiamento epocale che stiamo vivendo (o subendo, dovrei dire). Già, perché le cose non potrebbero andargli meglio.

Tra finti (o appositamente provocati) “cambiamenti climatici”, guerre “false” che altro non servono se non a contribuire alla distruzione dell’economia europea, deportazione di massa di “profughi” che altro non servono (o serviranno) a contribuire a destabilizzare ancor più da un punto di vista soprattutto sociale i Paesi europei (Italialand in primis) già duramente fiaccati da sanzioni (vere o false), provvedimenti vessatori di diverso genere imposti dall’apparato marionetta burocratico di Bruxelles e Francoforte, e ritorni di finte pandeminchie, adattate con nuove varianti di malattie, direi che se fossi al posto loro non potrei che congratularmi con me stesso. Fin qui hanno fatto un ottimo lavoro, ovviamente dal loro punto di vista. Per non parlare di quanto stanno mettendo in opera per il controllo sociale, attraverso la digitalizzazione della moneta e dei dati di tutte le pecore (noi) governate attraverso la tecnologia, il cui strumento principe, come ho già scritto più di una volta, è il nostro oramai inseparabile smartphone.

 

Eh, ma i BRICS…

Dunque una tragedia? “Ma no!”, sostengono gli ottimisti. “Ci sono i BRICS, c’è Donald Trump, c’è Putin…”. Insomma ci sono i “salvatori della Patria” che combattono dalla nostra parte. Almeno questa è la narrativa portata avanti da molta gente facente parte della cosiddetta “contro-informazione”, come ad esempio Cesare Sacchetti con il suo “La cruna dell’ago”. Sospendo il giudizio sull’autore, anche se una mia opinione su di lui me la sono più o meno fatta nel corso del tempo. Certamente ciò che trovo poco credibile è la sua narrazione circa la nascita dei BRICS e la figura di personaggi come Trump e Putin. Al contrario trovo imprescindibile per capire l’interconnessione esistente tra i vari gruppi di potere mondiali l’ottimo blog The mirror truth, che riporta con analisi dettagliate i profondi legami tra l’alta finanza dei soliti noti e i potentati economici mondiali, quelli dei mandarini cinesi inclusi.

Figure come quella di Donald Trump o Elon Musk sono considerate, come dicevo, da parte della cosiddetta contro-informazione come quelle di paladini a cui far riferimento per pensare ad un mondo “vecchia maniera”, come quando sembrava a noi tutti che le cose “fossero normali”. In realtà loro, come lo stesso Putin (vero o sosia che sia), fanno parte, tanto quanto i vari Biden, Trudeau, Sunak, Von der Leyen & Co., della massoneria, solo però in logge avversarie a quelle di questi ultimi.

Tralascio la figura di Putin, perché sarebbe troppo lungo delinearla qui. Trump, che oltre alla famosa storia della sua catena alberghiera salvata dal fallimento grazie all’intervento di una piccola banca di proprietà dei soliti Rothschild (storia molto ben raccontata da Pietro Ratto nei suoi libri “I Rothschild e gli altri” e “Rockefeller e Warburg, le famiglie più potenti della terra”), ha stretti legami, attraverso il genero Jared Kushner con la comunità ebraica cashidica, nonché proprio tramite quest’ultimo ed il figlio Donald Jr., è legato al gigante Blackrock, quindi di nuovo ai Rothschild. Mi voglio soffermare un pochino di più su Musk, da tutti visto come un visionario un po’ pazzoide e genialoide.

 

La mobilità “green”

Tra le tante attività del vulcanico personaggio c’è quella, come tutti sanno, dell’imprenditore, ed in special modo quella di costruttore di auto elettriche con il marchio Tesla. Ma la produzione di auto elettriche ha in sé qualcosa che non torna affatto. Personalmente ho intervistato un operaio della sede berlinese di questa fabbrica di automobili, incuriosito dai metodi, le quantità e le tempistiche di produzione (a Berlino, in particolare, si produce il modello Y della gamma). Ebbene, con mio sommo stupore ho scoperto che ogni giorno lo stabilimento di Musk sforna circa 1.000/1.200 auto (una ogni 45 secondi, secondo un ciclo di produzione H24 suddiviso in tre turnazioni di lavoro, da 8 ore ciascuna). Ovviamente il numero di vetture prodotte, che si vorrebbe portare ad una ogni 40 secondi, dipende da inconvenienti che possono capitare in catena di montaggio. Tradotto tutto ciò vuol dire che al ritmo attuale di produzione lo stabilimento sforna ogni mese circa 36mila vetture, ossia 432mila all’anno. Se si scendesse come tempo di realizzazione ad una ogni 40 secondi (in Asia già producono al ritmo di una ogni 35 secondi), vorrebbe dire una produzione media di 720mila veicoli all’anno. E questo solo per il modello Y.

Ora, calcolando che, secondo il Sole24 Ore, la produzione di auto elettriche BEV (Battery Electric Vehicle, quindi non ibride) venduta lo scorso anno in Europa ammonta a 1,56milioni di unità (di cui Tesla appunto con il suo modello Y la fa da padrone con 137mila veicoli venduti, seguita dall’altro suo Modello 3 con 91.500 veicoli venduti) e con un ritmo di produzione sempre in crescita (almeno stando alle previsioni) la domanda sorge spontanea, come avrebbe detto Catalano: ma con tutte queste auto elettriche prodotte, cosa pensano di farci? Questo quesito nasce anche dalla considerazione che il terzo modello venduto è risultato essere l’ID.4 della Volkswagen, ma con solo 67.500 immatricolazioni e tutti gli altri modelli a calare. Per non parlare del fatto che il prezzo medio di una Tesla Y va dai 50 ai 60mila euro circa. Quanti europei si potranno permettere il lusso di lasciare le proprie “vecchie” auto a combustione, magari comprate solo un paio di anni fa, in favore di un veicolo elettrico?

Tutto questo per non dire della “presunta” convenienza dell’elettrico, sia in quanto a costi di produzione e rendimento energetico, sia in quanto a possibilità reali di produzione di “energia pulita”. A tal riguardo molto interessanti sono le considerazioni fatte dall’ingegner Fabio Castellucci (le potete trovare in diverse interviste online: ad esempio qui o qui).

A mio parere troveranno quindi una qualche forma di “incentivi” per far passare forzosamente alla mobilità elettrica, magari rendendo di fatto impossibile sostenere economicamente i costi di un’auto “tradizionale”, offrendo nel contempo la meravigliosa possibilità di usufruire di una BEV (e quindi del potersi spostare con un mezzo “proprio”) in cambio dell’ennesima dose di vaccino o della definitiva abdicazione della privacy. Il tutto nell’ottica del massimo spostamento consentito nelle “città da 15 minuti”, quindi perfette per la scarsa autonomia della mobilità elettrica. In pratica ve ne dovete stare in recinti cittadini, dove potete essere facilmente controllati. Il tutto sempre con la scusa della “salvaguardia dell’ambiente”. In pratica avremo una massa di persone convinte che il mondo sta morendo a causa della scelleratezza umana. A tal uopo hanno creato una massa di giovani generazioni di “dementi per il clima”, i quali, tra una secchiata di vernice ad un’opera d’arte o un monumento e un’incollata d’arti all’asfalto cittadino, pensano di salvare il pianeta. Il tutto rimproverandovi, voi sporchi automobilisti di Panda inquinanti! Tralasciando il fatto che nel medesimo tempo i potenti della terra si riuniscono periodicamente in luoghi favolosi del pianeta per dire a noi tutti come dobbiamo comportarci per non inquinare, mangiando grilli e carne sintetica, mentre loro si spostano esclusivamente con jet privati, mangiando manicaretti assai costosi, prodotti e cucinati alla “vecchia maniera”.

 

Il meraviglioso mondo di Italialand

Dunque, mentre i destini del mondo passano attraverso la “finta” guerra ucraina, l’ennesimo rigurgito di pandeminchia, i “cambiamenti” climatici, l’immissione forzata e forzosa di africani nel Vecchio continente e la sempre più manifesta rovina economica di quest’ultimo, nel meraviglioso mondo di Italiand, fra le tante minchiate (per i puristi della lingua, vedasi il link messo) con le quali vengono cibati gli italioti, due in particolare hanno occupato per settimane intere tutti i mass-media ed i salotti “bene” e “non” della Penisola: il generalissimo Roberto Vannacci, detto (da me) “piedone l’africano”, e la pesca del desiderio dell’Esselunga.

Il primo l’ho voluto soprannominare così perché mi ha ricordato molto, in un’immagine pubblicata per il settimanale italiota “Chi”, un personaggio interpretato da Bud Spencer (Carlo Pedersoli) in una tetralogia uscita negli Anni Settanta per la regia di Steno. Il generalissimo, personaggio creato ad hoc per spostare l’attenzione dell’italiota medio, è palesemente un gatekeeper, per usare un linguaggio “moderno”, ossia un infiltrato del sistema, come si sarebbe detto una volta. Magari fonderà anche un suo movimento politico, per dividere (come se ce ne fosse bisogno) ancora un po’ l’opinione pubblica nostrana. D’altra parte l’uomo forte, tendente al cazzone, ops… volevo scrivere allo sbruffone, è sempre piaciuto dalle nostre parti.

Ma si sa, gli italioti sono anche molto ondivaghi, quindi bisogna dargli anche storie più “leggere” e di “buoni sentimenti” su cui spostare la propria attenzione. Quindi? Che si fa? Ma semplice, si monta un caso su cui farli discutere animatamente per settimane a partire da uno spot commerciale “paraculo”, come si direbbe nella Capitale. Uno spot di quelli strappalacrime, come quelli che ogni anno, puntualmente, sotto Natale, sforna in Germania una notissima catena di supermercati. Buoni sentimenti nei confronti della nonna o del nonno di turno questi ultimi, buoni sentimenti nei confronti della piccola bambina di genitori divorziati nel primo.

D’altra parte perché mai dovrebbero focalizzarsi su una situazione economica e sociale a dir poco disastrosa i concittadini della bella famigliola della Esselunga? Non sia mai che poi a qualcuno (oramai un essere in via d’estinzione) gli venisse voglia di protestare, o chessó, di ribellarsi contro il governo fantoccio di turno.

Già, perché non vale neanche la pena oramai vedere chi sia l’incaricato di turno a passare le carte a Palazzo Chigi. A tal proposito il concetto lo aveva ben chiarito il salvatore della Patria Mario Draghi, allorquando ricopriva ancora il ruolo di capo della BCE: “I mercati non temono le elezioni, le riforme hanno il pilota automatico”. Ed è solo quello che conta. Le decisioni vengono prese altrove. Il popolo, in pratica, s’illude di contare qualcosa attraverso la scelta di candidati fantoccio di questo o quel partito. Esemplare a tal riguardo la frase dell’altro uomo forte di Goldman Sachs, il venerabile professor Mario Monti, allorquando in un’intervista del 2015 ebbe a dire:Si può sperare che l’opinione pubblica acquisti consapevolezza della perdita di leadership da parte di chi governa? È possibile che le pecore prendano a guidare il pastore nella buona direzione, assumendo anche il controllo del cane da pastore? Un po’ difficile.”. Quindi pecore, pascolate e zitte!

 

Israele, bel suol d’amore

Mentre sto per concludere questo mio lungo articolo (come al solito, direte voi! Ma d’altronde non si possono racchiudere così tanti argomenti e considerazioni in un tweet) arriva la notizia dell’attacco di Hamas in più parti d’Israele. La situazione è tutt’ora in divenire e, a parer mio, è un po’ troppo presto per dire cosa stia realmente accadendo: reale attacco secondo gli uni (ossia i sostenitori di Israele), “false flag” secondo gli altri (i sostenitori dei palestinesi). È molto probabile che possa trattarsi dell’inizio vero e proprio dell’escalation della Terza guerra mondiale (già in corso in più parti del globo: Europa, Africa, Asia ed ora Medio Oriente sotto diverse forme). In ogni caso è l’ennesimo sintomo della lotta che si sta svolgendo ai vertici dei gruppi di potere massonici, mai come ora in contrasto tra di loro per decidere chi sarà a guidare il mondo prossimo venturo, quello del controllo digitale verso cui tutti, nessuna delle grandi potenze escluse, si stanno dirigendo a vele spiegate.

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Youtube © Star Wars

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Niente di nuovo sul fronte occidentale

E dopo una lunga, calda, pausa estiva eccomi di nuovo a dispensare per i miei ventiquattro lettori (non sum dignus di paragonarmi a Manzoni, quindi mi tengo sotto di uno. Povero Manzoni!) perle di “saggezza” che scaturiscono dai recenti sviluppi sullo scenario internazionale e nazionale.

Ed è proprio per questa ragione che ho intitolato questo mio pezzo come il bel romanzo di Erich Maria Remarque (al secolo Erich Paul Remark), perché sempre di guerra voglio trattare, anche questa combattuta da una massa di illusi, sia sul campo di battaglia che su quello delle “retrovie” fisiche e mediatiche, rappresentate da tutti noi.

 

La “guerra non guerra”

Di questa “guerra non guerra”, molto strana, ho già parlato qui, qui e qui. Ora, dopo l’estate sembra si stiano aprendo nuovi pericolosi scenari, in un crescendo continuo di rifornimenti militari e possibili venti di guerra nucleare. In realtà c’è un gioco delle parti da entrambi i fronti dello scontro. Da una parte la stampa occidentale volutamente travisa il discorso tenuto lo scorso 21 settembre da Vladimir Putin sostenendo che stia minacciando l’Occidente, perfino mobilitando i riservisti russi. Dall’altra lui, zar Vladimir, che sa perfettamente cosa sta facendo, secondo i piani prestabiliti, sia da un punto di vista militare che di alleanze economiche e strategiche. A questo proposito il recente incontro tenutosi a Samarcanda, in Uzbekistan, ha sancito un ulteriore passo nella marginalizzazione dell’Occidente, vedendo consolidarsi le alleanze tra la Russia, la Cina e altre nazioni che oramai rappresentano una fetta di popolazione del globo ben maggiore rispetto a quella degli Stati Uniti e dei loro alleati.

In buona sostanza tutto procede come pianificato. L’unico “inconveniente” è il colpo di coda del deep state americano, o meglio di quello che fa capo all’amministrazione Biden, che tenta in tutti i modi di far convogliare le energie russe nella guerra in Ucraina per distogliere lo zar Vladimir dal rafforzamento dell’alleanza con la Cina, vero obiettivo di Washington. E così è una gara fra gli alleati della Nato ad inviare armi al fantoccio Zelensky. Questo perché la guerra deve durare, il più a lungo possibile. Almeno finché il suo scopo non sarà ottenuto in gran parte.

Già, perché il vero scopo di questa guerra è la distruzione economica dell’Europa, Germania in testa. Le sanzioni, imposte dal grande fratello americano, danneggiano solo i Paesi europei. In particolare quelli più supini di altri ai diktat d’oltre oceano, noi, ovviamente, in prima fila. In Germania, dopo la politica da “bottegaia” di Frau Merkel, che uccideva l’economia delle altre nazioni, ma sicuramente avvantaggiava quella teutonica, sono arrivati loro, i figliocci di Klaus Schwab e del World Economic Forum, al secolo i Grünen (che nulla hanno a che fare con i vecchi Verdi tedeschi degli Anni Settanta/Ottanta). Questi sono piccoli soldatini indottrinati dai signori della nuova ideologia globalista, formati nelle e dalle istituzioni di stampo fabiano. Fra di loro spiccano per servilismo ed incapacità il ministro degli Esteri Annalena Baerbock e quello dell’Economia, nonché Vice-cancelliere, Robert Habeck. La signora Baerbock, recentemente a Praga, ha dichiarato perfino pubblicamente quali siano i principi politici da lei seguiti che, testuali parole, “non ha importanza ciò che possano pensare i miei elettori tedeschi”, sono dettati da altri interessi. Tutto sta a vedere quando l’establishment economico tedesco non ne avrà le scatole piene di vedere la propria economia andare a pezzi. Per il momento la linea americana sembra tenere. Bisognerà aspettare almeno fino alle elezioni di midterm dell’otto novembre che si terranno negli Stati Uniti quando, almeno così sembra secondo i sondaggi, i Repubblicani potrebbero prendere il controllo totale di entrambe le camere causando, di fatto, una sconfitta totale dei Dem. Allora, forse, la tensione in Europa potrebbe calare un po’.

Potrebbe calare, ma non finire. Questo perché anche l’amministrazione Trump, di comune accordo con quella russa, ha già da tempo deciso che l’Ucraina dovrà essere il nuovo “confine” tra Occidente ed Oriente. Sarà la linea di demarcazione tra i due blocchi di influenza mondiali. Ovviamente non esisterà più come Paese unico, ma sarà diviso a Nord-ovest sotto l’influenza anglo-americana e a Sud-est sotto quella russa. Non è che Trump avesse dunque altri piani. È solo che il suo sforzo maggiore era incentrato sull’economia interna del Paese e non sull’industria bellica e l’espansione verso Oriente. Anche per lui la Cina rappresenta uno spauracchio, ma l’intento era quello di staccare la Russia dall’alleanza oramai consolidata nella quale l’ha spinta l’amministrazione Biden. Dunque, anche se tornasse fra due anni Trump, noi certamente non possiamo farci soverchie illusioni di libertà o cambiamento di marcia.

D’altra parte è un po’ che sta girando in Rete un documento della “Rand corporation”, think thank americano da sempre considerato creatore di strategie politiche poi immancabilmente adottate dai governi statunitensi, dal titolo “Rafforzare gli Stati Uniti indebolendo la Germania”. Ne ha diffusamente parlato anche il bravo Roberto Mazzoni in un’intervista da lui rilasciata a “Il vaso di Pandora” e riproposta sul suo canale in modo più ampio. Ebbene in tale documento, vero o diffuso ad arte da altri che sia, si preconizza la distruzione sistematica del sistema produttivo tedesco, e a ricasco di quello europeo, proprio attraverso un piano di distacco dalle forniture energetiche russe: “L’attuale modello economico tedesco si basa su due pilastri: un accesso illimitato a fonti energetiche russe a basso costo e a energia elettrica francese a basso costo, grazie al funzionamento delle centrali nucleari francesi. L’importanza del primo fattore è considerevolmente superiore a quella del secondo fattore. Un blocco delle forniture russe può creare una crisi sistemica che sarebbe devastante per l’economia tedesca e, in modo indiretto, per l’intera Unione Europea”. Ed ancora: “L’unico approccio fattibile per garantire che la Germania rifiuti la fornitura di energia dalla Russia consiste nel coinvolgere entrambe le nazioni in un conflitto militare in Ucraina. Le azioni che stiamo per intraprendere in Ucraina condurranno inevitabilmente a una risposta militare da parte della Russia. I russi non potranno più ignorare la massiccia pressione esercitata dall’esercito ucraino sulle repubbliche non riconosciute del Donbas. Questo ci consentirà di etichettare la Russia come aggressore e applicare nei suoi confronti l’intero pacchetto di sanzioni preparate in anticipo”.

Ripeto, vero o falso che sia (la Rand corporation ne ha negato l’autenticità), il documento descrive comunque bene l’attuale situazione, le cause e le prospettive della stessa. Oramai i giochi sono aperti e, a meno che i tedeschi non decidano di mandare a casa gli attuali politici zerbini che li governano, vedo molto difficile un cambio di passo per i prossimi anni. D’altra parte i piani dell’Agenda 2030 sono noti a tutti e di qui alla fine del decennio, come si suol dire, c’è uno sputo di distanza. Dunque bisogna procedere (secondo tali piani) e a spron battuto, fra una finta (speriamo che si limitino a questa) epidemia e una guerra che distrugga l’economia del Vecchio continente, accompagnata da una “crisi climatica” creata ad hoc (non mi soffermerò qui a parlare dell’ingegneria ambientale che oramai viene comunemente messa in atto da più parti).

 

All’armi! All’armi! All’armi siam fascisti!

Ed eccoci arrivati al nostro piccolo orticello: Italialand! Finalmente il 25 settembre è passato e il popolo italiano ha potuto dare sfogo alla sua voglia di partigianeria sui social media, come ogni bravo cittadino italiota è preparato a fare oramai da anni. E allora è stato un tripudio di “Attenti al fascio”, anzi, alla “fascia”, per rispettare l’ultima idiozia del vocabolario Treccani (che oramai è guidato da quattro gatti, per giunta scemi), da una parte e di “Dio, patria e famiglia”, ma quella bucata dal sacro vaccino, s’intende, dall’altra. La pantomima delle “libere” elezioni ha dato, come al solito, anzi, più del solito, il meglio di sé. Le “oppo-finzioni”, più grandi e più piccole hanno sfoggiato le migliori livree per l’occasione, dalla “ducia” considerata adatta a ricoprire un eventuale incarico di leader di governo perfino dalla signora Hillary Clinton, tanto per fare un nome, all’infiltrato Paragone, apertamente sostenuto dal caro vecchio senatore Mario Monti.

Dunque ora ci sono orde di camicie nere che s’aggirano per le strade delle città italiane e i diritti (quali? Quelli che oramai sono negati da tempo?) non ci saranno più per decreto del nuovo establishment di “destra” (ho amici che staranno ridendo a crepapelle pensando alla Meloni come “di destra”). D’altra parte Giorgietta “de noantri” è l’unico leader di partito italiano a far parte dell’Aspen Institute, famoso centro di studi internazionali, la cui sede italiana vede come presidente Giulio Tremonti, come vicepresidente John Elkan e che annovera tra i suoi membri Romano Prodi, Giuliano Amato, Paolo Mieli e, guarda chi si ritrova, Mario Monti. Insomma, come dire, un covo di sovversivi dell’ordine costituito.

Ora, tra le grida e gli strepiti della “sinistra” (qui sono io che rido a crepapelle), probabilmente Giorgietta dovrà formare il nuovo esecutivo (degli ordini che gli vengono imposti. Si chiama così apposta 😉), con una legge di bilancio che sia di gradimento di Bruxelles. Ah, a proposito di Bruxelles, stavo per dimenticare le “finte” (in senso di finto scandalo) parole pacate e di giudizio neutrale (come deve essere per la carica che ricopre) della baronessa von der Leyen (e già, è pure nobile, grazie al marito Heiko, quello coinvolto nella storia dei vaccini, tanto voluti da sua moglie per l’Europa) allorquando le è stato chiesto cosa pensasse di un’eventuale “presa del potere” da parte delle “destre” in Italia, Ursula ha così chiosato: “Se le cose andranno in una direzione difficile – ho già parlato di Ungheria e Polonia – abbiamo gli strumenti”. Ad ognuno il giudizio al riguardo.

Insomma, come fa dire Tommasi di Lampedusa a Tancredi Falconieri, nipote del principe di Salina Fabrizio Corbera: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.


© Youtube Roberto Romagnoli

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